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Ha un fascino come pochi borghi di questa parte della Pianura: sulle due sponde del fiume Adda, cintato da mura e sorvegliato dal suo castello, Pizzighettone è luogo di grande storia. Luogo di guado del fiume, luogo strategico; sotto romani e galli talvolta distrutto per rinascere poi di nuovo. Ma il toponimo Acerrae dell'insediamento forse etrusco, nelle vicinanze del borgo attuale di Gera, al di là del fiume, scomparirà definitivamente dai documenti con la fine dell'Impero, mentre emerge Forum (o Pizus) Juguntorum (o Diuguntorum), sull'altra sponda dell'Adda. E sarà non di meno luogo strategico di valico, di scambi commerciali e, di conseguenza, luogo conteso nelle guerre di signorie. «La grande palude dell'Adda Morta è una testimonianza di come si presentasse in passato il territorio, prima che subentrassero le bonifiche e le opere realizzate per frenare la furia delle acque. Anche se non ha fondatori, Pizzighettone nasce da queste lontanissime ragioni storiche: un lembo di pianura lungo la traccia di banchi di terreno che emergono tra le paludi e sui quali fu tracciata una pista, che a poco a poco si trasformò in strada. L'insediamento di Pizzighettone prese forma dove questo itinerario superava il fiume in un punto che poteva essere tenuto facilmente sotto controllo. Secondo una complessa etimologia il nome di Pizzighettone deriverebbe dalla sua condizione di villaggio sulla via, di rilevante importanza strategica perché si estendeva verso il corso d'acqua.» Fu nel XII secolo che i cremonesi incominciarono a costruire un castello a Pizzighettone con cui controllare fiume e strade e difendersi nei confronti dei milanesi. La località assunse una importanza ancora maggiore in collegamento con la crescente potenza di Cremona, che ottenne dall'imperatore Barbarossa il diritto di navigazione lungo l'intero corso del Po. Fu anche per questo che le difese di Pizzighettone, quando il Cremonese finì sotto il dominio di Milano, vennero sempre più potenziate, sfruttando sia la presenza del fiume che delle paludi. Divenuto fortezza di confine nel conflitto tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, il borgo fu circondato da solide mura, mentre robuste catene stese attraverso il corso d'acqua impedivano il transito di imbarcazioni nemiche. Nel Cinquecento, con il diffondersi delle armi da fuoco, l'intera fortezza di Pizzighettone venne trasformata: si abolirono le torri, divenute troppo vulnerabili, le mura furono abbassate e rese più robuste, con terrapieni e baluardi che si estendevano in profondità nella campagna; fossati sempre più ampi, trincee, casematte, impedivano al nemico di avvicinarsi. Ancor più imponenti furono le difese innalzate per difendere Gera, con grandi baluardi e due mezzelune. Nonostante ciò agli inizi del '700, dopo un assedio durato ventitré giorni, un'armata austro-sarda sconfisse la guarnigione spagnola. Non è difficile per il turista imbattersi in tracce di questi lontani scontri: palle di granito sparate dai mortai sono ancora incastrate tra i mattoni della Torre del Guado. Il recente recupero di spazi occupati dall'esercito e gli interventi di sistemazione offrono un interessante itinerario che si snoda tra le potenti cortine che furono rafforzate dagli austriaci, fino a raggiungere in alcuni punti uno spessore di quasi quattro metri. Uno degli aspetti più singolari e unici della fortezza è costituito dalle casematte: decine e decine di vani con robuste volte a botte, coperte da terrapieni utilizzati un tempo come alloggi per la guarnigione e depositi, che vennero poi trasformati in carcere, smantellato solo nel 1954. Nel secolo scorso Pizzighettone subì varie trasformazioni. L'atto ultimo fu la sconfitta degli austriaci tra i campi di Solferino: la piazzaforte divenne uno dei più importanti baluardi dell'esercito piemontese contro il nemico che occupava tutto il Veneto. Furono aggiunti altri bastioni e trincee: sarebbero serviti a respingere eventuali attacchi, oppure a fornire adeguata protezione alle truppe del neonato regno d'Italia che si teneva pronto a battersi ancora con gli austriaci. Sconfitti definitivamente questi ultimi, la fortezza venne poco a poco smantellata: restò l'utilizzo di spazi militari con depositi e fu pure mantenuto il carcere, che vi era stato istallato nel 1782.
Pizzighettone presenta l'unica cerchia di mura pressoché integra in provincia di
Cremona ed una delle più imponenti tra quante sono sopravvissute in Lombardia.
Raro esempio d'architettura militare, concepito agli inizi del Rinascimento e
continuamente perfezionato, modificato nella successione dei camminamenti
interni, esterni o sotterranei, nell'articolata composizione dei volumi murari
come nella localizzazione delle porte d'accesso o del Rivellino, costituisce uno
straordinario documento storico ed un'indubbia attrattiva turistica.»
Breve cronologia
1133: primo fortilizio circondato da fossato e doppia palizzata in legno attorno
al borgo.
1370: la prima cerchia di mattoni, circondata da fossato e munita di quattro
porte, su disegno di Raffaele Trabucco, ordinata dai Visconti
1404: costruzione del Rivellino per volere di Cabrino Fondulo
1450 cca: potenziamento della cinta fortificata, sotto la direzione di
Guiniforte Solari, ordinato dagli Sforza
1585: "riforma" della struttura attuata dagli spagnoli, su progetto
dell'architetto bolognese Pellegrino Pellegrini; nuova cinta muraria con
bastioni (escluso il lato verso il fiume) che ingloba quella preesistente
1707-1859: deciso da Carlo VI d'Asburgo, demolizione della cosiddetta "Gera
Lodigiana" e dell'antica chiesa di San Pietro in Pirolo, poi riedificata
all'interno delle mura
1780 in poi: con Giuseppe Il parziale smantellamento della fortezza che
prosegue, dopo la parentesi Napoleonica, durante la Restaurazione, con la
smilitarizzazione e poi con la demolizione.
Torre del Guado. Il nome risale a secoli or sono, quando in questo punto la corrente dell'Adda poteva essere attraversata senza tanti rischi. Oggi invece a Pizzighettone c'è un ponte che, a conferma dell'importanza e del significato che un tempo un'opera come questa assumeva, è contraddistinto alle estremità da monumentali cippi sormontati da leoni in pietra. Su una lapide è indicato il giorno dell'inaugurazione, il 5 maggio del 1921. L'Italia, uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, grondava di riferimenti patriottici. E il ponte fu intitolato a Trento e Trieste. Il fiume adesso scorre lento alla base dei pilastri, che non sono però quelli originali. Oltre vent'anni fa, a causa di irresponsabili escavazioni di sabbia, i piloni cedettero e il ponte crollò nella parte centrale. Fu l'ultima peripezia di un manufatto la cui presenza segnò la storia di Pizzighettone. In origine il fiume veniva superato grazie a un traghetto. Lo sostituì un ponte in barche, che nel 1758 lasciò il posto a uno di legno; i militari che lo tenevano sotto controllo vi esercitavano anche un diritto di pedaggio, il che accentuava il valore strategico di questo importante passaggio. Un secolo più tardi i piemontesi, sconfitti a Custoza, distrussero il ponte cercando di rallentare l'avanzata delle truppe austriache. Gli austriaci lo ricostruirono e il manufatto resistette fino alla vigilia della prima guerra mondiale.»
Il Torrione è il monumento che nel tempo è assurto a simbolo di Pizzighettone. Dalla completa distruzione, insieme a molte altre parti del castello e delle mura, l'aveva salvato forse un episodio della sua storia che pare impregnato nei mattoni della merlata torre: la prigionia del Re Francesco I di Valois nella stanza del terzo piano. «Tutto è perduto, fuorché l'onore - così scrisse alla madre l'illustre prigioniero che nella torre veniva trattato con tutti i riguardi.» «Francesco I di Valois (1494-1547) che appare in un dipinto di Tiziano «alto, bruno, atletico, con un volto astuto e intelligente» - nel 1515 divenne re di Francia succedendo al suocero Luigi XII. Combatté per lunghi anni contro Carlo V per il predominio in Italia e in particolare per la riconquista del Milanese, e gli fu antagonista anche nel tentativo di succedere a Massimiliano d'Asburgo come Imperatore di Germania: titolo e dignità che furono invece attribuiti al re spagnolo. Contro questi, nel 1521 Francesco I iniziò una lunga guerra che, salvo intervalli di tregue precarie, durò per tutta la sua vita. Nell'eterna contesa contro il rivale, con fare spregiudicato arrivò a sobillare contro di lui e favorire i protestanti in Germania, che in Francia, invece, perseguitava (gli Ugonotti); cercò di sfruttare il malcontento dei prìncipi italiani e tedeschi contro Carlo, e nell'intento di danneggiarlo giunse persino ad allearsi con i Turchi. Alla fine perse definitivamente la contesa contro la soverchiante preponderanza della "monarchia universale" del ben più fortunato imperatore austro-ispanico.» «La guerra tra l'Imperatore Carlo V e il sovrano francese, scoppiata nel 1521, era già costata a quest'ultimo la perdita del Ducato di Milano. Francesco, volendosi riprendere quanto perso, scese in Italia alla testa del suo esercito e riconquistò Milano senza combattere. Decise poi di impadronirsi di Pavia e la cinse di assedio alla fine di ottobre del 1524, con un esercito di circa trentamila uomini. Pavia resistette dando così tempo all'esercito di Carlo V di riorganizzarsi e giungere il 5 febbraio 1525 in vista della città. Il 24 Febbraio i due eserciti si scontrarono e le fasi iniziali dello scontro furono favorevoli ai francesi. Ma poi i nemici presero il sopravvento e Francesco I venne catturato dopo una disperata resistenza. Secondo la tradizione, egli sarebbe stato prima medicato delle ferite e poi rifocillato da dei contadini con una zuppa di pane, resa più nutriente dall'aggiunta di due uova. Un piatto che verrà poi chiamata "zuppa pavese" in memoria della battaglia di Pavia.»
«Fino a qualche anno fa, l'intera piazzaforte era abbandonata e lo spazio esterno, compresi fossato, spalto e mura, soggetti a servitù militare, erano coperti da una fittissima vegetazione. L'intervento di volontari, attraverso il Gruppo Volontari Mura, in collaborazione con l'amministrazione comunale e la Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici, ha consentito il recupero di questo interessantissimo settore della fortezza. Con la sua robusta struttura, il rivellino proteggeva la porta Cremona Vecchia, che era uno dei punti deboli dell'intera fortificazione. Costruito come un piccolo forte a sé stante, si presenta all'esterno con un solido impianto curvilineo nel quale sono ricavate le feritoie dei cannoni. Formato da sette casematte, il rivellino presenta all'interno una serie di suggestivi ambienti ed è considerato un capolavoro di ingegneria militare. La ripulitura dai rovi e dagli alberi di robinia, la rimozione di strati di fango dal fossato, la messa in sicurezza della struttura hanno consentito la valorizzazione dell'intero tratto di mura che arriva fino all'Adda e che comprende la parte più interessante dell'antico borgo, sulla quale svetta la chiesa di San Bassiano. L'opera dei volontari ha portato al recupero anche del settore nord-est del forte, le cui mura erano soffocate da una vegetazione intricatissima. Al punto che gli stessi abitanti di Pizzighettone ne ignoravano ormai l'esistenza.»
Fondata verso la metà del scolo XII, la chiesa conserva i segni dell'antica costruzione nella facciata come nel resto della struttura muraria, nelle quali possiamo però osservare anche le modificazioni apportate in altre epoche (per esempio lo splendido rosone quattrocentesco della facciata). Nelle sue tre navate la chiesa custodisce veri tesori dell'arte: una Crocifissione affrescata da Bernardino Campi, formelle marmoree raffiguranti l'Annunciazione, la Natività e l'Adorazione dei Magi, capolavori della scultura del Trecento lombardo. Il tabernacolo della chiesa, eretta in Collegiata a partire dal 1530, destinato a contenere la reliquia della Sacra Spina, è attribuito ad uno scultore cremonese influenzato dai modi di Gaspare Pedoni e di Gian Cristoforo Romano. Nella cappella del Crocifisso l'affresco della Vergine Annunciata, è opera di un ignoto pittore quattrocentesco. Sono invece di Bernardino Campi l'affresco della cappella di S. Giuseppe, raffigurante la Decollazione del Battista, e i medaglioni con le figure dei profeti nella navata Centrale.
Di fronte alla chiesa si erge l'antica Domus Comunitatis, in cui si ritrovano tutti gli elementi caratteristici dell'architettura tardo-gotica, già rivestiti di una grazia rinascimentale.
Il campanile è il più antico del paese. Nella chiesa «sono custodite stupende tele: la pala absidale, attribuita al Massarotti, una Natività, assegnata a Bernardino Gatti e, soprattutto, collocate entro cornici lignee dorate attribuite al Bertesi e alla sua bottega, la pala del Malosso con la Madonna e Santi e quella con l'Arcangelo Michele e Santi, fortemente evocatrice del fare pittorico di Roberto de Longe.
Fondato nel 1907 sulla base di una donazione di oggetti d'arte di Vincenzo Favenza, il Museo ha sede nel Palazzo del Quartiere Fino e vanta una notevole collezione di armi storiche e di oggetti legati all'arte militare. Da notare un prezioso esemplare di daga cinquedea, protezione difensiva, come una rara celata del XIV, dove la protezione per il naso è incernierata al frontale, ed infine armi da fuoco, in gran parte archibugi, od armi ad avancarica. Inoltre sono presenti reperti archeologici, dall'età preistorica fino all'età romana, con epigrafi, terrecotte, anfore romane, oggetti d'uso, piroghe antiche. Segnaliamo parti dell'apparato scheletrico di proboscidati, soprattutto di Mammuthus primigenius, progenitore degli attuali elefanti, vissuto nel Pleistocene Superiore (35.000 - 10.000 anni fa circa).